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Il rifugio su Monte Gennaro

ATTENZIONE: Causa zone rosse, zone arancioni e restrizioni varie non ci siamo ancora andati, quindi non possiamo sapere come si mangia nè raccontarvi come funziona, ma possiamo dirvi che ha aperto il Rifugio su Monte Gennaro.


C’era una volta una bella montagna vicino Roma, non era molto alta ma aveva dei boschi meravigliosi e un panorama stupendo. Su questa montagna molte persone avevano camminato, qualcuno nel passato c’era anche arrivato con una funivia, qualcuno aveva lasciato tracce architettoniche, qualcuno amianto…

Ecco, su quella bella montagna ha da poco aperto un rifugio, proprio lì dove purtroppo ci sono ancora i resti dell’albergo abbandonato. Siamo molto curiosi di andarlo a vedere e di scoprire come lo hanno organizzato.


La foto che vedete è di una notte di Gennaio 2013, con Monte Gennaro imbiancato da una bellissima nevicata.

La pizza a solchi di Palombara Sabina

pizza a solchi palombara sabina

Se c’è un dolce tradizionale che rappresenta in pieno le tradizioni locali è la pizza a solchi. Talmente locali che si fa solo nel paese qui vicino, Palombara Sabina, il paese dei miei nonni, dove in dialetto viene chiamata ‘pizza a soleca‘.

La pizza a solchi è un lievitato tipico di Pasqua, e la tradizione è quella di mangiarla durante la colazione pasquale con i salumi o con qualunque piatto si trovi a tavola (con la coratella, con la frittata, con le uova sode, ma anche con la nutella). Insomma è una valida alternativa alla pizza di Pasqua.

Come tutti i lievitati i tempi sono lunghi: si parte la sera prima con l’impasto base di farina e lievito. La mattina successiva si aggiungono all’impasto tutti gli ingredienti, si impasta energicamente (la nonna lo faceva a mano, noi lo facciamo con la nostra fedele impastatrice!), si divide l’impasto in pagnotte, si pongono le pagnotte su una superficie spolverata di anice (in modo che si attacchi in maniera omogenea) e si lascia ancora lievitare al caldo per 15/16 ore.

Dopo la seconda lievitazione le pagnotte devono essere capovolte (in modo che l’anice sia visibile sul lato superiore), trasferite nelle teglie e ‘solcate’ con le dita. Dopo un ulteriore riposo di un paio di ore le pizze a solchi sono pronte per essere cotte: 180° per circa un’ora, fino a quando non sono brunite.

La ricetta che vi riporto è quella ereditata da mia nonna ed è utilizzata da tutta la famiglia. Come si conviene alle ricette di una volta ha dosi un po’ abbondanti: con la ricetta vengono fuori 6 pizze delle dimensioni di una pagnotta, adatte a sfamare famiglie bene più grandi delle nostre!

Per comodità comunque trovate in coda una ricetta di dimensioni più modeste, per provare e sperimentare anche voi una pizza a solchi.

Ricetta tradizionale per 6/8 pizze

Per il primo impasto, da fare la sera prima, occorrono:

  • 1kg di farina
  • 1 cubetto di lievito da 25 g
  • acqua qb (solitamente 500/600 ml)

Per il secondo impasto invece occorrono:

  • 10 uova
  • 3 kg di farina
  • 1kg di zucchero
  • 2 lieviti di birra
  • 2 bicchieri di latte
  • 2 bicchieri di olio
  • 1 bicchiere di alchermes
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • buccia di arancia e di limone grattuggiato
  • anice

Ricetta ridotta per una pizza a solchi

Per il primo impasto, da fare la sera prima, occorrono:

  • 170 g di farina
  • 4 g di lievito di birra
  • 100 ml di acqua

Per il secondo impasto invece occorrono:

  • 2 uova
  • 500 g di farina
  • 170 g di zucchero
  • 8 g di lievito di birra
  • 70 ml di latte
  • 70 ml di olio
  • 35 ml di alchermes
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • buccia di arancia e di limone grattuggiato
  • anice

Istruzioni per un neonato – Bibliografia

istruzioni neonato bibliografia

Come si gestisce un neonato? Da dove si inizia e come si va avanti? E come funziona l’allattamento? E lo svezzamento?

Queste sono le domande base di due neogenitori senza alcuna esperienza nella gestione di neonati. Le risposte le abbiamo cercate in posti diversi (corso prenatale, consultorio, ginecologo, ostetriche, app, nonni e altri genitori vicini) ma quelle che abbiamo preso più seriamente sono le istruzioni che abbiamo trovato in alcuni libri che abbiamo selezionato in questi pochi mesi. Ve li racconto nell’ordine in cui li abbiamo comprati.

Il metodo Montessori, Charlotte Poussin, Demetra.

Lo abbiamo acquistato per capire come approcciare l’educazione del bimbetto, e lo abbiamo amato perchè ci aiuta molto nell’organizzazione pratica della vita famigliare e nello stabilire il giusto rapporto con il nostro pupo.

Moleskine Baby Journal

Questo non è un libro ma un’agenda, un diario per raccogliere e raccontare la gravidanza, la nascita e i primi 3 anni del nano. Lo amiamo perché ci aiuta a ricordare tutti gli avvenimenti importanti, soprattutto quando ci ricordiamo di scriverci!

Zerocinque, AA.VV., UPPA.

Ecco la nostra bibbia per la cura del pupetto. Per chi non la conosce UPPA, Un Pediatra Per Amico, è la casa editrice specializzata nei temi della genitorialità e dell’infanzia; hanno diverse pubblicazioni di supporto alla genitorialità tra cui questo libro la mitica rivista bimestrale. Lo amiamo perché è un vero manuale delle istruzioni a cui ricorrere per ogni dubbio.

The Wonder Weeks,  Van de Pijt, Hetty, Ph.D., Plooij, Frans X., Ph.d., Xaviera Plas-plooij,   Countryman Pr.

Un acquisto di impulso che ci ha aiutato tanto nei momenti difficili: The Wonder Weeks ci guida, con lo stile narrativo dei saggi statunitensi (cioè molto praticamente) attraverso i salti di crescita che il bambino affronta nei primi due anni di vita. I salti identificano i traguardi che il bambino raggiunge, le frustrazioni con cui si sconta man mano che scopre il mondo, le sue insicurezze e le paure che affronta nel momento in cui acquisisce nuove capacità motorie e cognitive. Lo amiamo perché ci aiuta a interpretare in maniera corretta i bisogni e le difficoltà del pupetto. Per il momento non è disponibile in italiano ma si può invece scaricare la app collegata Ehi, Sto Crescendo, che potete scaricare anche dal Google Store.

The Womanly Art of Breastfeeding, Diane Wiessinger, Diana WestTeresa Pitman, Ballantine Books.

Un classico per l’allattamento, da utilizzare come calmante e rassicurante quando tra pupo, tetta e mamma c’è qualche problema. Questa è l’edizione inglese che ho preso io, quella in italiano è disponibile agli incontri locali de La Leche Legue, purtroppo tutti lontani per me. Sul sito comunque trovate anche tanti articoli tratti dal libro, con tante informazioni pratiche e di supporto alla mamma che allatta.

Io mi svezzo da solo, Lucio Piermarini, Bonomi.

Non vi aspettate un manuale con le istruzioni per l’autosvezzamento, perché l’autosvezzamento non ha istruzioni ma si adatta alla dieta e alle abitudini di vita dei genitori. Lo abbiamo provato negli ultimi due mesi ed è proprio così: nessuna regola, se non quella di non forzare il pupo e di mettergli a disposizione pasti sani ed equilibrati, come quelli che dovrebbe fare ognuno di noi.

Dave Eggers trilogia: raccontare la vita come un romanzo

dave eggers trilogia

La prima cosa che ho letto di Dave Eggers è stata L’opera struggente di un formidabile genio. Era il 2001, forse il 2002, ero all’università e stavo per essere investita dall’ondata di letteratura americana in cui mi sono crogiolata in quegli anni. Eggers, Foster Wallace, Palahniuk e poi Auster, Franzen, Safran Foer, e ancora Eugenides, Coupland, Sedaris  e gli altri che hanno riempito la libreria e l’immaginario di Stati Uniti.

Poi c’è stato per me un lungo periodo di decompressione, di abbandono di alcuni scrittori e recupero dei classici, statunitensi e no. E un bel giorno ho scoperto di non aver letto un paio di libri di Eggers.

Ho letto Zeitoun appena uscito, nel 2010, in inglese e me ne sono innamorata, ma ho perso completamente l’uscita di What Is the What, nel 2006. Non so perché, anzi, un’ipotesi posso avanzarla: magari la colpa è della traduzione del titolo, che da What is What è diventata in italiano ‘Erano solo ragazzi in cammino. Autobiografia di Valentino Achak Deng’ (sì, credo che sia andata proprio così, d’altronde non è molto invitante un libro con quel titolo…).

Andare oltre al titolo e recuperarlo è stato un vero colpo di fortuna, e l’ho fatto appena prima di prendere l’ulltimo libro della trilogia ‘reale’ ‘di Eggers, Il monaco di Mokha.

In cosa si assomigliano queste storie, tanto da essere definite una vera e propria trilogia? Tutti e tre i libri raccontano la vita reale di ragazzi immigrati negli Stati Uniti, protagonisti di storie nella storia.

In Zeitoun un siriano-americano, durante il disastro dell’uragano Katrina a New Orleans nel 2005, si impegna per giorni ad aiutare in canoa chi ha bisogno di soccorsi. Ma nel clima di panico del post 11 settembre, Zeitoun viene arrestato senza spiegazioni e recluso in condizioni pari a quelle di Guanatanamo.

Erano solo ragazzi in cammino racconta una storia vera, a tratti romanzata, quella dei cosiddetti Lost Boys, le migliaia di bambini che fuggirono dai villaggi decimati dalla guerra civile in Sudan e vagarono, per anni, attraverso zone di guerra infestate da leoni. La storia di come è nato il libro la trovate in questo articolo, pubblicato sul Guardian e tradotto da Repubblica.

E infine ecco l’ultimo capitolo della trilogia, la storia di Mokhtar Alkhanshali (conosciuto universalmente come Mokhtar), yemenita, coltivatore, torrefattore e importatore di caffè nello Yemen devastato dalla guerra. Mokhtar a 25 anni, senza soldi e senza conoscenze del settore, intraprende uno sforzo folle per ricreare la prima rotta commerciale originaria del caffè, quella che dalle colline dello Yemen e dell’Etiopia, dove per la prima volta venne coltivata la pianta, lo porta in Europa e in America.

In tre anni Mokhtar trova il modo di diventare un esperto di caffè, di convincere centinaia di agricoltori nella sua terra natale a rinunciare alla coltivazione del khat e iniziare a coltivare l’Arabica; di raccogliere fondi per la lavorazione, la torrefazione e la spedizione. E fa tutto questo in un momento in cui lo Yemen sta implodendo tra guerra e carestia. La fine della storia è un successo di vita e commerciale, una storia di passione e perseveranza che si traduce in un caffè che possiamo anche assaggiare (non proprio a prezzi da bar…) e ordinare direttamente dal sito di Mokhtar.

Le vite degli alti: progettare una cucina adatta alla propria altezza

Essere alti è sicuramente un privilegio: assicura una vista migliore ai concerti, ti permette un passo più lungo, ti evita di essere ad altezza ascelle in metropolitana, ti dà una prospettiva diversa sulle cose.

I problemi spesso sottovalutati sono però nel rapporto con gli oggetti di uso comune, sviluppati intorno a un’altezza media di 1,70 metri: i pantaloni da uomo, i sanitari bassi, i piani di lavoro delle cucine, gli sportelli negli uffici pubblici, le poltrone di cinema e treni.

Qui a etiqette superiamo abbondantemente 180 cm entrambi, e nel corso della nostra vita abbiamo collezionato esperienze frustranti di vita quotidiana con la gobba per lavare le stoviglie, con la schiena dolorante per tagliare le verdure o con le gambe ripiegate troppo in bagno.

Per questo quando è stato il momento di progettare casa nostra lo abbiamo fatto tarando tutti i mobili sulla nostra altezza, con particolare attenzione ai piani della cucina dove passiamo un sacco di tempo.

Grazie a un’accurata progettazione con SketchUp, e a due libriccini trovati nei negozi di arredamento sull’ergonomia perfetta (uno di Valcucine, disponibile a questo link, l’altro di Del Tongo, che si chiama Best Solutions che trovate invece in download a questo link) per la progettazione delle cucine, e al lavoro del nostro falegname di fiducia, abbiamo realizzato la nostra cucina proprio come la volevamo, con i piani di lavoro alti 100 cm e un’isola centrale della stessa altezza.

Il supporto dato dai libri di progettazione è stato fondamentale, perché la cucina deve rispettare alcuni criteri di ergonomia per essere funzionale, e vanno inoltre ben studiati i percorsi tra piano di lavoro, fuochi, lavandino e dispensa. Alla fine il progetto che abbiamo portato al falegname è stato quello che vedete qui sotto, e la realizzazione fedele quella nella foto in alto.

cucina persone alte

I piani e l’isola non sono di certo comodi per tutti: parenti e amici di altezze normali spesso si trovano in difficoltà nell’utilizzo, ma per noi questa ergonomia è una conquista di cui gioiamo ogni giorno.

10 errori che si possono fare con il panettone

errori panettone

Ogni anno come da tradizione facciamo il panettone, e ogni anno sbagliamo qualcosa… Sarà perché lo facciamo solo una volta l’anno e non 0618abbiamo il tempo di maturare l’esperienza giusta, sarà perché il procedimento è lungo è pieno di variabili e impossibile da controllare completamente, sarà perchè è un dolce difficile, insomma, abbiamo accumulato una lista di errori che compromettono il corretto svolgimento del compito ‘panettone’ e che non vanno assolutamente fatti.

1. sbagliare le proporzioni liquidi/solidi. Ogni pasta madre ha la sua consistenza, e se se ne utilizza una molto liquida, la quantità di farina va aumentata per conservare la consistenza indicata dalla ricetta.
2. sbagliare la pirlatura. ci sono tantissimi video su come fare la pirlatura del panettone; noi in particolare ne abbiamo individuato uno che seguiamo pedissequamente. Quando non abbiamo seguito il video il panettone è venuto con un’enorme caverna al centro.
3. mettere pochi canditi, poca uvetta, poco cioccolato. Il panettone è un dolce ricco e ogni morso deve avere una sorpresa golosa, ma se risparmiate sulle golosità da inserire all’interno risulterà poco ricco e poco goloso.
4. non controllare la temperatura della lievitazione. Lasciare lievitare i vari impasti del panettone a temperatura ambiente è un rischio che non corriamo più: le nostre lievitazioni sono tutte controllate (forno o frigorifero, a seconda del caso).
5. non avere le forme giuste. Le forme del panettone non sono facili da trovare, perciò procuratevele in anticipo, e soprattutto scegliete quelle per il panettone basso, più facili da gestire.
6. usare le forme di alluminio. Un anno per risolvere il problema della caccia alla forma abbiamo comprato quelle in alluminio, ma il risultato non è stato soddisfacente: la carta fa disperdere l’umidità dell’impasto, mentre l’alluminio la trattiene. Quando poi si arriva alla fase in cui bisogna mettere il panettone a testa in giù non è certo facile traforare la teglia di alluminio! Le forme però si sono dimostrate perfette per la pizza di Pasqua al formaggio.
7. sovrastimare la temperatura del forno. Uno degli ultimi errori fatti è stato quello di sovrastimare la temperatura del forno e tirare fuori il panettone senza aver controllato per bene la cottura. Il risultato è stato un panettone perfetto esternamente, non ben cotto all’interno che al momento di essere posto a raffreddare sottosopra si è smembrato malamente. Il danno molto probabilmente è stato causato da una cottura non ultimata (i panettoni informati erano 3 e hanno creato molta umidità all’interno del forno).
8. utilizzare per appendere il panettone a testa in giù spiedini taglienti… all’inizio abbiamo utilizzato ferri da maglia, in seguito degli spiedini molti lunghi da barbecue, e solo ora abbiamo capito che avendo un taglio quadrato tendono a ‘ferire’ il panettone e a tagliarne l’interno, rendendolo più soggetto a cadute. La soluzione è lo spillone per panettone!! D’altronde se c’è uno strumento fatto per questo scopo specifico perché non utilizzarlo?! Ecco il link per comprarlo.

9. utilizzare cioccolato a pezzi non uniformi. Non basta utilizzare la tavoletta di cioccolato spezzettata perchè i blocchi non uniformi creano ‘pesi’ diversi nell’impasto. Meglio utilizzare gocce di cioccolato o fave di cioccolato tipo queste buonissime della Valrona.

Fin qui tutti gli errori fatti finora, ma sono certa che non ne mancheranno altri, prima di arrivare al panettone perfetto!

L’autoregolamentazione e i problemi con host Airbnb

Come raccontato in un post del blog la partecipazione a un festival culturale come quello di Internazionale a Ferrara prevede un’organizzazione anticipata, soprattutto se si vuole dormire in centro senza spendere cifre assurde.

Questo anno per non avere sorpresa abbiamo prenotato su Airbnb una camera già da giugno. Questo anno per la prima volta in vita nostra abbiamo avuto problemi con la prenotazione, con l’host e con Airbnb. Non entro nel dettaglio delle condizioni della stanza e dall’appartamento, sporco e abbandonato, non corrispondente alla descrizione e assolutamente inospitale (se poi qualcuno volesse approfondire vi lascio il link del mio profilo su Airbnb, ormai deturpato dalla recensione della padrona di casa); può capitare di trovare posti non conformi, si mette in conto e si spera di scegliere meglio la volta successiva. Ma non ci era mai capitato di trovare un host ostile, sgarbato, minaccioso e anche verbalmente violento, uno che sembra farti un favore a lasciarti la stanza che hai prenotato con mesi di anticipo e che hai già pagato, uno che minaccia di lasciarti dormire per strada a priori, prima ancora di vederti arrivare, uno che non si fa problemi a trattarti male, senza alcun motivo.

La prenotazione era per due notti, e ovviamente abbiamo subito cercato di trovare un’altra sistemazione, almeno per la seconda notte, ma purtroppo non abbiamo trovato nessuna alternativa conveniente, non tanto per il costo, quanto per la distanza dal centro, non essendo arrivati in città automuniti.

Quindi abbiamo resistito, cercando di non scontrarci con l’host e tappandoci il naso per sopportare l’odore stantio della casa. E siamo arrivati indenni alla fine del weekend, quando però l’host ha cercato di incriminarci per la rottura di un non ben identificato oggetto di vetro che ha trovato rotto al momento della nostra partenza. La questione è ancora aperta e entrare nel dettaglio è veramente faticoso: è una storia noiosa montata su da una persona con problemi relazionali, che sicuramente non dovrebbe ospitare persone, sia per la sua attitudine violenta e aggressiva, sia per le condizioni della sua abitazione.

Il problema principale alla fine si è rivelato ai nostri occhi proprio questo: come tutela Airbnb i suoi utenti da host di questo genere, totalmente incontrollabili e inadatti all’accoglienza? Nelle ore e nei giorni successivi abbiamo parlato molto al telefono con la gentile assistenza di Airbnb, cercando di spiegare il problema di essere ospitati da persone del genere, che non è un problema di difformità o di sporcizia, e non è neanche un problema economico, ma un problema di esperienza pessima, in grado di rovinare un soggiorno, una vacanza e di minare anche la fiducia nel sistema di prenotazione.

La risposta che abbiamo ricevuto non è stata molto soddisfacente: secondo il gentile personale dell’assistenza il sistema si autoregolamenta attraverso le recensioni, e così gli host con punteggio basso e cattive recensioni finiscono per essere meno prenotati. Ma nessuno li esclude, e perciò la nostra pessima esperienza può capitare ad altri utenti, perché nel caso specifico le recensioni reali negative sono annullate da un numero superiore di false recensioni a 5 stelle.

Insomma la tutela per chi ha problemi con host Airbnb c’è ma si autoannulla dal momento che tutti possono pubblicare false recensioni positive. Se la persona che affitta è psicolabile o aggressiva non è un problema per il sistema; le sanzioni arrivano in caso di aggressione fisica o di annullamento senza valida giustificazione, ma magari sarebbe meglio non arrivare a quel punto.

La mia banca è differente

mediterranea banca etica

C’era uno spot con qualcosa di simile un po’ di tempo fa: la mia banca è differente. Ora lo dico con più convinzione di sempre: Banca Etica è differente!

Da sempre la mia banca appoggia esplicitamente le ONG che si occupano di salvataggio dei migranti e in questi giorni infausti ha dato un segnale ancora più forte, approvando il finanziamento al progetto Mediterranea.

La nave italiana Mediterranea è partita in queste ore per raggiungere le acque internazionali che separano le coste italiane da quelle libiche.

La nave ha l’obiettivo di svolgere attività di monitoraggio, testimonianza e denuncia della drammatica situazione che quotidianamente vede donne, uomini e bambini rischiare la propria vita, attraversando il Mediterraneo centrale, nell’assenza di soccorsi generata dalle recenti politiche italiane ed europee.

Banca Etica per Mediterranea ha concesso il prestito per avviare la missione e per l’acquisto della nave. Inoltre, stiamo supportando il crowdfunding per raccogliere circa 700mila euro e svolgendo attività di tutoraggio per tutti gli aspetti economiciIn osservanza di tutte le norme e le prassi di prudenza, il fido è anche garantito da garanzie personali prestate da alcuni parlamentari.

Vademecum per Internazionale a Ferrara

Vademecum per Internazionale a Ferrara

A Piazza Cattedrale Gipi ha già incominciato a leggere i nomi delle trentamila persone morte dal 1993 a oggi nel viaggio verso l’Europa; nel cortile del Castello Estense Anna Maria Giordano è on air con RadioTreMondo.

Inizia oggi la dodicesima edizione del Festival di Internazionale a Ferrara; noi come da tradizione partiamo nel pomeriggio e ci fermiamo per tutto il weekend.

L’organizzazione parte un po’ di tempo prima: per trovare da dormire a un prezzo onesto in un posto centrale e decoroso di solito prenotiamo a giugno! In passato ci siamo mossi in macchina ma questo anno abbiamo optato per il treno, più comodo, più veloce e sostenibile, e lo abbiamo prenotato a inizio agosto. E poi i ristoranti, perché con 76.000 persone in città tutte per il festival non è facile trovare posti comodi e gustosi per mangiare, che abbiamo prenotato a inizio della settimana con qualche difficoltà.

Per questa edizione poi avremo un privilegio in più: questo blog e i loro autori stanno per avere un bambino, e al Festival le donne in gravidanza hanno una corsia preferenziale per prendere posto agli eventi. Potremmo quindi risparmiarci la fila mattutina per i tagliandini e non stancarci troppo.

Dell’edizione 2017 ci portiamo dietro una dedica bellissima di Guy Delisle sul suo ultimo fumetto “Fuggire” e la sua presentazione/confronto con Zerocalcare al Teatro Comunale di Ferrara.

E poi personalmente le proiezioni di Mondovisioni, una rassegna di documentari su attualità, diritti umani e informazione curata da CineAgenzia in collaborazione con Internazionale. Aspetto con ansia la visione del documentario sulla situazione in Venezuela che promette benessimo.

Per chi fosse interessato il programma completo lo trovate qui. Buon festival!

 

Pomodori col riso, o pomodori a riso

Pomodori col riso

Il Ferragosto a Roma ha delle tradizioni gastronomiche particolari, fatto di piatti saporiti e poveri da consumare anche freddi nelle gite fuori porta. Potete chiedere in giro ma il menù proposto tradizionalmente sarà sempre quello: pollo con i peperoni e pomodori col riso.

Per il pollo con i peperoni la ricetta da seguire è una sola, quella storica di Sora Lella, che trovate anche in questo magnifico video del 1967.

Sui pomodori invece si apre il dibattito, già a partire dal nome: c’è chi dice “pomodori col riso”, chi dice “pomodori a riso” e chi addirittura azzarda un “pomodori di riso”! Comunque sia qui a casa si chiamano “pomodori col riso” e in questa stagione in cui l’orto è particolarmente generoso di pomodori e pomodorini sono diventati una voce di menù fissa. Insieme ai pomodori dell’orto c’è anche una buona dose di erbette fresche raccolte in casa che profumano il riso di estate. Ecco la ricetta.

INGREDIENTI

• 6 pomodori rossi tondi grandi
• 250 g di riso arborio
• 1 spicchio d’aglio
• 1 mazzetto di prezzemolo
• 2 rametti dI menta
• basilico
• olio extravergine di oliva
• sale
• pepe

Per prima cosa lavate e asciugate i pomodori, tagliateli poi con un coltellino affilato a circa due terzi della loro altezza, tenendo da parte la calotta superiore. Con un cucchiaino svuotate i pomodori facendo attenzione a non bucare il fondo, e raccogliete la polpa in una ciotola. Capovolgete i pomodori e lasciateli scolare.

Frullate la polpa di pomodoro; tritate l’aglio con la menta, il basilico e il prezzemolo e uniteli alla polpa di pomodoro. Aggiungete il riso crudo sciacquato sotto acqua corrente, mescolate e condite con olio, sale e pepe. Lasciate insaporire per 1 ora.

pomodori al riso

Mettete i pomodori in una teglia di ceramica, riempiteli con il riso, ricopriteli con le calotte. Irrorate con olio evo e cuoceteli in forno già caldo a 180° per 50-55 minuti.

Il risultato sarà un riso cotto ma non asciutto, in grado di mantenere tutti i sapori del pomodoro e delle erbette.

Il piatto dà il massimo se a fianco ai pomodori inforniamo (anche nella stessa teglia!) 3 o 4 patate tagliate a spicchi e spolverate con sale e pepe.