Categoria: News

Il piatto tradizionale del Primo Maggio

Il Primo Maggio è una festa importante: politica, di piazza, piena di significati ma anche di leggerezza.

Da queste parti, almeno per una decina di anni, tra le scuole superiori e l’università, la meta del Primo Maggio è sempre stata il concertone di Piazza San Giovanni: un tuffo nella folla, nella piazza piena di musica, a prendere posti con il sole a picco sulla testa, con gli idranti pronti a schizzare, le bottiglie di vino contadino, la metro chiusa, il parcheggio lontanissimo e le marce a notte fonda per rientrare a casa.

Ma il Primo Maggio è anche il maggetto dei pic-nic con gli amici, delle gite al mare per il primo bagno o delle camminate in montagna senza il caldo torrido dell’estate.

Ma soprattutto il Primo Maggio è fave e pecorino, obbligatorio, senza se e senza ma! Con il tempo, ospitando amici di varie provenienze ho scoperto che il piatto tradizionale del Primo Maggio è soprattutto del centro Italia: siamo noi di Roma e provincia quelli fissati che non festeggiano il Primo Maggio se non hanno fave e pecorino.

L’origine della tradizione è abbastanza ignota, ma anche abbastanza semplice a pensarci: cosa c’è di più comodo da portarsi per un pic-nic che una forma di pecorino e un cartoccio di fave?

Ovviamente sulle fave c’è anche tutto un simbolismo dovuta alla pianta stessa: le fave per gli antichi romani erano simbolo di fertilità e fecondità, e cosa c’è di meglio per festeggiare l’inizio della stagione estiva che mangiare le fave? Ma le fave erano anche il legume collegato all’aldilà e ai defunti, simboleggiavano le anime dei morti e per questo motivo erano utilizzate in numerosi rituali scaramantici.

Un mix perfetto: scaramanzia e fertilità, come farne a meno? Soprattutto in una giornata come quella del Primo Maggio! A proposito: buon Primo Maggio a tutti!!!

I Giganti dell’Acqua a San Gregorio da Sassola

Per la serie gite fuori Roma continuano le esplorazioni della nostra zona, ovvero il quadrante est della citàà metropolitana di Roma.

Le nostre gite sono giornaliere e vanno un po’ fuori dai circuiti standard turistici, quelli che a Est di Roma vedono solo Villa d’Este, Villa Adriana e i Castelli.

Giganti dell'Acqua - basolato

Questa volta abbiamo esplorato un tratto seminosconosciuto di acquedotto romano, anzi un sentiero unico sul quale si incrociano 3 tratti di acquedotti imperiali che attraversano il territorio di San Gregorio da Sassola in prossimità del Fosso della Mola, su un percorso ad anello chiamato il sentiero dei Giganti dell’Acqua.

Gli acquedotti nel territorio erano quattro: l’Aniene Vecchia (272-269 a.C.); l’Acqua Marcia (144-130 a.C.) l’Acqua Claudia (38-52 d.C.) e l’Aniene Nuova (38-52 d.C.). Essi non sono noti al grande pubblico.

Percorsi degli acquedotti presenti in zona. Fonte Wikimedia

Ponte delle Mole

E’ un ponte dell’acquedotto dell’Aniene Antica. Fu costruito dagli ingegneri di Adriano per superare il Fossato delle Mole, in un punto ben scelto, proprio prima che la Valle si allarghi in modo da escludere un’ansa di circa due chilometri. E’ costruita interamente in opera cementizia, rivestita originariamente in opus reticulatum, rinforzato con blocchi di tufo nei piloni e con opera laterizia nello specus. Presenta doppie arcate, la sua lunghezza è di 155,50 metri e l’altezza è di 24,50 metri.

I suoi 24 archi hanno luci in media di 4 metri. Il diciannovesimo e il ventesimo arco sono crollati nel 1965. Il decimo e l’undicesimo arco superiore, insieme agli altri che vanno dal dodicesimo al diciottesimo (tutti in fila) sono originali . Sulle altre parti si notano vari restauri di epoche diverse.

La pendenza graduale è del 7,66 per mille, quella ripida è del 163,5 per mille. Quest’ultima è la pendenza più ripida mai trovata negli antichi acquedotti. E’ motivata dal fatto che dopo la caduta, con una svolta quasi ad angolo retto, si entra in una lunga galleria.

Ponte San Pietro

Giganti dell'Acqua - Ponte San Pietro

Su di esso scorreva l’Acqua Marcia (144-130 a.C.) e fu costruito per superare il fosso di San Vittorino. L’acquedotto trae il nome da A. Marcio Re, pretore nel 144 a.C., la cui famiglia vantava di discendere da Anco Marzio quarto Re di Roma.

Il ponte in origine era costruito in blocchi di pietra locale, porosa e calcarea, con grande arco centrale, di luce non inferiore a 15 metri. I pilastri, larghi 3,84 metri alla base, si riducevano man mano a 2,77 metri e l’effetto doveva essere molto bello. C’era presumibilmente un arco più piccolo sulla sponda a nord-ovest e tre su quella a sud-est. La struttura, interamente ricoperta di cementizio tardo, subì lavori di rinforzo sotto Tito o Adriano e successivamente, forse sotto Diocleziano, fu ricostruita tutta l’estremità sud-est.

“Ponte di Sant’Antonio”

E’ uno dei più bei ponti degli acquedotti romani. Fu costruito per far superare all’Aniene Nuova (38-52 d.C.) il fosso dell’Acquaramenga. Questo ponte, che trae il nome da una immagine di Sant’Antonio collocatavi forse nel secolo XVII, versa in uno stato di completo abbandono.

Esso è stato usato, e rimane ancora oggi, come passaggio pedonale da una riva all’altra del fosso.

Qui di seguito il percorso che abbiamo fatto

Powered by Wikiloc

Tutti gli attrezzi che servono per fare con il panettone

attrezzi panettone

Tutti gli anni manca qualcosa, e tutti gli anni aggiungiamo alla lista di attrezzi accessori imperdibili, questo perché una ricetta lunga e complicata come quella del panettone richiede che tutto sia perfetto, che non manchi all’ultimo secondo dopo 2 giorni di lavoro e di lievitazione la forma in più, il ciotolone imburrato, la quantità giusta di uvetta, e via dicendo.

Qui quindi è dove ricapitoliamo tutti gli attrezzi necessari per fare il panettone: farlo, impastarlo e cuocerlo in casa con un risultato soddisfacente e gustoso! Dico soddisfacente perchè non si può sperare di eguagliare i panettone di Massari, ma si può fare un buon prodotto casalingo.

Partiamo dagli elettrodomestici indispensabili: forno e impastatrice, senza di questi non si va da nessuna parte. Se poi volete qualcosa di ancora più performante e non avete problemi di budget invece dell’impastatrice classica (Kenwood o KitchenAid) allora potete acquistare una impastatrice tuffante. Le impastatrici tuffanti hanno due braccia di forma differenti che ruotano in senso opposto ma alla medesima velocità; un braccio ha il compito di “prendere” l’impasto, mentre l’altro stende l’impasto, che in questo modo viene ossigenato moltissimo. Ultimamente alcune casa produttrice hanno lanciato versione piccoline di queste impastatrici, come la Miss Baker di Bernardi.

Per una perfetta lievitazione dell’impasto occorre una temperatura controllata. Lasciare lievitare i vari impasti del panettone a temperatura ambiente è un rischio che non corriamo più: le nostre lievitazioni sono tutte controllate (forno o frigorifero, a seconda del caso). Anche qui ci sono innumerevoli alternative professionali o fai da te. Se siete interessati al fai da te una soluzione che trovate bene illustrata in questo video qui sotto. In questo caso vi servirà un termoregolatore (come questo che trovate a questo link) e una scatola grande di plastica a chiusura ermetica.

Uno degli ultimi errori fatti è stato quello di sovrastimare la temperatura del forno e tirare fuori il panettone senza aver controllato per bene la cottura. Il risultato è stato un panettone perfetto esternamente, non ben cotto all’interno che al momento di essere posto a raffreddare sottosopra si è smembrato malamente. Il danno molto probabilmente è stato causato da una cottura non ultimata (i panettoni informati erano 3 e hanno creato molta umidità all’interno del forno). Per ovviare al problema tenete sempre sottocontrollo la temperatura con un termometro da forno.

Infine, non dimenticate lo spillone per panettone!! D’altronde se c’è uno strumento fatto per questo scopo specifico perché non utilizzarlo?! Ecco il link per comprarlo. All’inizio abbiamo utilizzato ferri da maglia, in seguito degli spiedini molti lunghi da barbecue, e solo ora abbiamo capito che avendo un taglio quadrato tendono a ‘ferire’ il panettone e a tagliarne l’interno, rendendolo più soggetto a cadute

Ma dopo quanti anni fa il frutto una pianta di avocado?

quando fa il frutto la pianta di avocado

La risposta, dicono tutti gli esperti, è dopo 8 anni. E dopo 8 anni, due travasi, una gelata il nostro avocado ha fatto un frutto!

Quando questa primavera lo abbiamo visto riempirsi di fiori siamo stati già felicissimi!! Il seme era uno di quelli casalinghi, che sostano prima nei vasetti pieni di acqua e poi vengono travasati in tristi vasi casalinghi.

Dopo un anno nel vaso il nostro avocado, nel 2014, ha affrontato la terra. Ha stentato per un po’ e poi ha preso il via. Nel frattempo da solo ha affrontato estati torride e inverni gelidi. Tre anni fa lo avevamo dato per spacciato, e invece ha resistito.

Insomma questo anno abbiamo visto i fiori e abbiamo pensato che con tutta la difficoltà dell’impollinazione sarebbe stato impossibile vedere un frutto. E invece di frutti ne abbiamo visti ben 12! Adesso, a Luglio, sono diventati come vedete in foto.

Cresceranno? Ce la faranno? Li mangeremo?

Non lo sappiamo, ma siamo già felici così!

Le parole pneumatiche

“Perbacco, signor, non avremo diviso il pane e il vino senza sapere i nostri nomi, eh? Il signor conte mi ha ben detto il vostro, ma l’ho dimenticato.”

“Corrado Silla” rispose il giovane.

“Silla, ah, Silla, bene. Io spero che non scriverete mai sulle Vostre liste di proscrizione Andreas Gotthold Steinegge di Nassau, bandito dal suo collegio per aver troppo amato il vino, dalla sua famiglia per aver troppo amato le donne, dal suo paese per avere troppo amato la libertà. Sapete, caro signor Silla, l’ultima è stata la pazzia. Oh, adesso sarei Kammerrath a Nassau, come il fu Steinegge mio padre, o colonnello come quella canaglia di mio fratello. Ma la libertà, die Freiheit, capite? È una parola pneumatica.”

Detto questo, il signor segretario abbracciò rapidamente con ambo le mani la seggiola, se la portò dietro con impeto; poscia, incrociando le braccia, stette a guardar Silla, che non capiva.

“Come, una parola pneumatica?” “Oh, già! già! Voi non capite? Infatti è un poco difficile. Ci sono, carissimo amico signor Silla, le parole algebriche, le parole meccaniche e le parole pneumatiche. Io vado a spiegarvi questo che mi ha insegnato un amico mio di Wiesbaden, fucilato dai maledetti prussiani nel 1848. Le parole algebriche discendono dal cervello e sono segni di equazione tra il soggetto e l’oggetto. Le parole meccaniche sono formate dalla lingua come articolazioni necessarie del linguaggio. Ma le parole pneumatiche vengono bell’e fatte dai polmoni, suonano come strumenti musicali, nessuno sa cosa vogliano dire e ubbriacano gli uomini. Se invece di Freiheit, invece di libertà si dicesse una parola di dieci sillabe, quanti eroi e quanti matti di meno! Sentite, carissimo giovane, io sono vecchio, io sono solo, io non ho denaro, io potrò morire sulla strada come un cane, ma se stanotte mi dicessero: Steinegge, alter Kerl, vuoi servire domani la nazione, essere Kammerrath a Nassau, sedere al tuo focolare, vedere tua figlia che non vedi da dodici anni, io, vecchio pazzo, direi: “No, per Dio! Viva la libertà”” Diede un gran pugno sulla tavola, ansando, soffiando rumorosamente con le nari, a bocca chiusa.

Castagnole facili facili

A Natale il Panettone, a Pasqua la pizza al formaggio e la pastiera (ma anche la pizza a solchi!) e vuoi non fare qualche dolcetto anche a Carnevale? Ma come no, soprattutto se parliamo di dolci facili da fare e golosi.

Qui non ci sono lievitazioni lunghe, non ci sono ingredienti insidiosi, c’è solo da accendere la friggitrice e buttarci dentro l’impasto: parliamo delle castagnole facili facili.

Ecco la nostra ricetta:

  • 2 uova
  • 4 cucchiai di zucchero, ovvero 50 gr di zucchero
  • 2 cucchiai di olio, ovvero 15 gr di olio
  • 1 bicchiere di latte
  • la buccia grattugiata di 1 limone
  • 1 bustina di lievito
  • 2 cucchiai di liquore a scelta
  • 300 gr di farina

La ricetta standard dice di montare i tuorli con lo zucchero, aggiungere gli altri ingredienti, prima tutti i liquidi, infine la farina e poi unire gli albumi montati a neve.

La ricetta veloce dice: le uova insieme allo zucchero, montate bene, aggiungete olio, latte, liquore (qui si utilizza unicamente marsala), poi la farina e il lievito e il limone grattugiato.

A questo punto potete accendere la friggitrice e portarla a circa 170/175° di temperatura; quando l’olio sarà pronto aiutatevi con un cucchiaio e buttate nell’olio bollente le palline di impasto. La cottura è molto veloce: appena le palline verranno a galla potete toglierle (attenzione perché se l’olio è troppo caldo l’impasto all’interno potrebbe rimanere crudo).

ATTENZIONE: non la friggitrice a aria, ma la classica friggitrice a olio, non credo che l’impasto liquido funzioni in quella ad aria ma mi informerò!

Appena scolate, ancora calde, passatele nello zucchero: non aspettate che si freddino altrimenti lo zucchero non si attaccherà più.

Infine, se volete aggiungere calorie alle castagnole facili facili preparate una crema al mascarpone per tenergli compagnia.

Il rifugio su Monte Gennaro

ATTENZIONE: Causa zone rosse, zone arancioni e restrizioni varie non ci siamo ancora andati, quindi non possiamo sapere come si mangia nè raccontarvi come funziona, ma possiamo dirvi che ha aperto il Rifugio su Monte Gennaro.


C’era una volta una bella montagna vicino Roma, non era molto alta ma aveva dei boschi meravigliosi e un panorama stupendo. Su questa montagna molte persone avevano camminato, qualcuno nel passato c’era anche arrivato con una funivia, qualcuno aveva lasciato tracce architettoniche, qualcuno amianto…

Ecco, su quella bella montagna ha da poco aperto un rifugio, proprio lì dove purtroppo ci sono ancora i resti dell’albergo abbandonato. Siamo molto curiosi di andarlo a vedere e di scoprire come lo hanno organizzato.


La foto che vedete è di una notte di Gennaio 2013, con Monte Gennaro imbiancato da una bellissima nevicata.

La pizza a solchi di Palombara Sabina

pizza a solchi palombara sabina

Se c’è un dolce tradizionale che rappresenta in pieno le tradizioni locali è la pizza a solchi. Talmente locali che si fa solo nel paese qui vicino, Palombara Sabina, il paese dei miei nonni, dove in dialetto viene chiamata ‘pizza a soleca‘.

La pizza a solchi è un lievitato tipico di Pasqua, e la tradizione è quella di mangiarla durante la colazione pasquale con i salumi o con qualunque piatto si trovi a tavola (con la coratella, con la frittata, con le uova sode, ma anche con la nutella). Insomma è una valida alternativa alla pizza di Pasqua.

Come tutti i lievitati i tempi sono lunghi: si parte la sera prima con l’impasto base di farina e lievito. La mattina successiva si aggiungono all’impasto tutti gli ingredienti, si impasta energicamente (la nonna lo faceva a mano, noi lo facciamo con la nostra fedele impastatrice!), si divide l’impasto in pagnotte, si pongono le pagnotte su una superficie spolverata di anice (in modo che si attacchi in maniera omogenea) e si lascia ancora lievitare al caldo per 15/16 ore.

Dopo la seconda lievitazione le pagnotte devono essere capovolte (in modo che l’anice sia visibile sul lato superiore), trasferite nelle teglie e ‘solcate’ con le dita. Dopo un ulteriore riposo di un paio di ore le pizze a solchi sono pronte per essere cotte: 180° per circa un’ora, fino a quando non sono brunite.

La ricetta che vi riporto è quella ereditata da mia nonna ed è utilizzata da tutta la famiglia. Come si conviene alle ricette di una volta ha dosi un po’ abbondanti: con la ricetta vengono fuori 6 pizze delle dimensioni di una pagnotta, adatte a sfamare famiglie bene più grandi delle nostre!

Per comodità comunque trovate in coda una ricetta di dimensioni più modeste, per provare e sperimentare anche voi una pizza a solchi.

Ricetta tradizionale per 6/8 pizze

Per il primo impasto, da fare la sera prima, occorrono:

  • 1kg di farina
  • 1 cubetto di lievito da 25 g
  • acqua qb (solitamente 500/600 ml)

Per il secondo impasto invece occorrono:

  • 10 uova
  • 3 kg di farina
  • 1kg di zucchero
  • 2 lieviti di birra
  • 2 bicchieri di latte
  • 2 bicchieri di olio
  • 1 bicchiere di alchermes
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • buccia di arancia e di limone grattuggiato
  • anice

Ricetta ridotta per una pizza a solchi

Per il primo impasto, da fare la sera prima, occorrono:

  • 170 g di farina
  • 4 g di lievito di birra
  • 100 ml di acqua

Per il secondo impasto invece occorrono:

  • 2 uova
  • 500 g di farina
  • 170 g di zucchero
  • 8 g di lievito di birra
  • 70 ml di latte
  • 70 ml di olio
  • 35 ml di alchermes
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • buccia di arancia e di limone grattuggiato
  • anice

Istruzioni per un neonato – Bibliografia

istruzioni neonato bibliografia

Come si gestisce un neonato? Da dove si inizia e come si va avanti? E come funziona l’allattamento? E lo svezzamento?

Queste sono le domande base di due neogenitori senza alcuna esperienza nella gestione di neonati. Le risposte le abbiamo cercate in posti diversi (corso prenatale, consultorio, ginecologo, ostetriche, app, nonni e altri genitori vicini) ma quelle che abbiamo preso più seriamente sono le istruzioni che abbiamo trovato in alcuni libri che abbiamo selezionato in questi pochi mesi. Ve li racconto nell’ordine in cui li abbiamo comprati.

Il metodo Montessori, Charlotte Poussin, Demetra.

Lo abbiamo acquistato per capire come approcciare l’educazione del bimbetto, e lo abbiamo amato perchè ci aiuta molto nell’organizzazione pratica della vita famigliare e nello stabilire il giusto rapporto con il nostro pupo.

Moleskine Baby Journal

Questo non è un libro ma un’agenda, un diario per raccogliere e raccontare la gravidanza, la nascita e i primi 3 anni del nano. Lo amiamo perché ci aiuta a ricordare tutti gli avvenimenti importanti, soprattutto quando ci ricordiamo di scriverci!

Zerocinque, AA.VV., UPPA.

Ecco la nostra bibbia per la cura del pupetto. Per chi non la conosce UPPA, Un Pediatra Per Amico, è la casa editrice specializzata nei temi della genitorialità e dell’infanzia; hanno diverse pubblicazioni di supporto alla genitorialità tra cui questo libro la mitica rivista bimestrale. Lo amiamo perché è un vero manuale delle istruzioni a cui ricorrere per ogni dubbio.

The Wonder Weeks,  Van de Pijt, Hetty, Ph.D., Plooij, Frans X., Ph.d., Xaviera Plas-plooij,   Countryman Pr.

Un acquisto di impulso che ci ha aiutato tanto nei momenti difficili: The Wonder Weeks ci guida, con lo stile narrativo dei saggi statunitensi (cioè molto praticamente) attraverso i salti di crescita che il bambino affronta nei primi due anni di vita. I salti identificano i traguardi che il bambino raggiunge, le frustrazioni con cui si sconta man mano che scopre il mondo, le sue insicurezze e le paure che affronta nel momento in cui acquisisce nuove capacità motorie e cognitive. Lo amiamo perché ci aiuta a interpretare in maniera corretta i bisogni e le difficoltà del pupetto. Per il momento non è disponibile in italiano ma si può invece scaricare la app collegata Ehi, Sto Crescendo, che potete scaricare anche dal Google Store.

The Womanly Art of Breastfeeding, Diane Wiessinger, Diana WestTeresa Pitman, Ballantine Books.

Un classico per l’allattamento, da utilizzare come calmante e rassicurante quando tra pupo, tetta e mamma c’è qualche problema. Questa è l’edizione inglese che ho preso io, quella in italiano è disponibile agli incontri locali de La Leche Legue, purtroppo tutti lontani per me. Sul sito comunque trovate anche tanti articoli tratti dal libro, con tante informazioni pratiche e di supporto alla mamma che allatta.

Io mi svezzo da solo, Lucio Piermarini, Bonomi.

Non vi aspettate un manuale con le istruzioni per l’autosvezzamento, perché l’autosvezzamento non ha istruzioni ma si adatta alla dieta e alle abitudini di vita dei genitori. Lo abbiamo provato negli ultimi due mesi ed è proprio così: nessuna regola, se non quella di non forzare il pupo e di mettergli a disposizione pasti sani ed equilibrati, come quelli che dovrebbe fare ognuno di noi.

Dave Eggers trilogia: raccontare la vita come un romanzo

dave eggers trilogia

La prima cosa che ho letto di Dave Eggers è stata L’opera struggente di un formidabile genio. Era il 2001, forse il 2002, ero all’università e stavo per essere investita dall’ondata di letteratura americana in cui mi sono crogiolata in quegli anni. Eggers, Foster Wallace, Palahniuk e poi Auster, Franzen, Safran Foer, e ancora Eugenides, Coupland, Sedaris  e gli altri che hanno riempito la libreria e l’immaginario di Stati Uniti.

Poi c’è stato per me un lungo periodo di decompressione, di abbandono di alcuni scrittori e recupero dei classici, statunitensi e no. E un bel giorno ho scoperto di non aver letto un paio di libri di Eggers.

Ho letto Zeitoun appena uscito, nel 2010, in inglese e me ne sono innamorata, ma ho perso completamente l’uscita di What Is the What, nel 2006. Non so perché, anzi, un’ipotesi posso avanzarla: magari la colpa è della traduzione del titolo, che da What is What è diventata in italiano ‘Erano solo ragazzi in cammino. Autobiografia di Valentino Achak Deng’ (sì, credo che sia andata proprio così, d’altronde non è molto invitante un libro con quel titolo…).

Andare oltre al titolo e recuperarlo è stato un vero colpo di fortuna, e l’ho fatto appena prima di prendere l’ulltimo libro della trilogia ‘reale’ ‘di Eggers, Il monaco di Mokha.

In cosa si assomigliano queste storie, tanto da essere definite una vera e propria trilogia? Tutti e tre i libri raccontano la vita reale di ragazzi immigrati negli Stati Uniti, protagonisti di storie nella storia.

In Zeitoun un siriano-americano, durante il disastro dell’uragano Katrina a New Orleans nel 2005, si impegna per giorni ad aiutare in canoa chi ha bisogno di soccorsi. Ma nel clima di panico del post 11 settembre, Zeitoun viene arrestato senza spiegazioni e recluso in condizioni pari a quelle di Guanatanamo.

Erano solo ragazzi in cammino racconta una storia vera, a tratti romanzata, quella dei cosiddetti Lost Boys, le migliaia di bambini che fuggirono dai villaggi decimati dalla guerra civile in Sudan e vagarono, per anni, attraverso zone di guerra infestate da leoni. La storia di come è nato il libro la trovate in questo articolo, pubblicato sul Guardian e tradotto da Repubblica.

E infine ecco l’ultimo capitolo della trilogia, la storia di Mokhtar Alkhanshali (conosciuto universalmente come Mokhtar), yemenita, coltivatore, torrefattore e importatore di caffè nello Yemen devastato dalla guerra. Mokhtar a 25 anni, senza soldi e senza conoscenze del settore, intraprende uno sforzo folle per ricreare la prima rotta commerciale originaria del caffè, quella che dalle colline dello Yemen e dell’Etiopia, dove per la prima volta venne coltivata la pianta, lo porta in Europa e in America.

In tre anni Mokhtar trova il modo di diventare un esperto di caffè, di convincere centinaia di agricoltori nella sua terra natale a rinunciare alla coltivazione del khat e iniziare a coltivare l’Arabica; di raccogliere fondi per la lavorazione, la torrefazione e la spedizione. E fa tutto questo in un momento in cui lo Yemen sta implodendo tra guerra e carestia. La fine della storia è un successo di vita e commerciale, una storia di passione e perseveranza che si traduce in un caffè che possiamo anche assaggiare (non proprio a prezzi da bar…) e ordinare direttamente dal sito di Mokhtar.