Un mese con Chimamanda

A  volte la lettura ci trascina in luoghi lontani, dove neanche si pensava di andare. In questo mese di Ottobre è successo così e sono stata per un mese in Nigeria con Chimamanda Ngozi Adichie, che ormai in casa chiamo comunemente per nome (con la c dolce di ciliegia, mi raccomando!)

Ho iniziato a leggere Chimamanda prima dell’estate con il libretto We Should All Be Feminists, tratto dall’omonima Ted Conference (che ha anche ispirato le costosissime magliette di Dior indossate da molte donne famose alla Women’s March del 2017) e ho continuato poi con Cara Ijeawele.

Belli entrambi, d’ispirazione ma poi la curiosità è cresciuta, le domanda sull’identità di Chimamanda anche e allora mi sono immersa nella sua intera produzione.

E quindi è stato automatico iniziare a leggere il primo libro di Chimamanda, L’ibisco Viola, e seguire a ruota con Metà di un sole giallo (compresa la visione del film!) e poi con Americanah. Automatico perchè in quei libri c’è un pezzo di storia lontano ma che spunta quà e là nella vita quotidiana, automatico perchè la Nigeria ritorna spesso nella nostra cronaca, soprattutto in questo momento di dibattito sulle migrazioni (i dati dei migranti arrivati sulle coste italiane ci raccontano di un gran numero di ragazzi e ragazze nigeriane. Sui loro viaggi consiglio la lettura di un reportage interessante e tremendo pubblicato sul New Yorker e tradotto in Italia sul numero 1221 di Internazionale).

La Storia nei libri

Tutti i libri dell’autrice sono ambientati in Nigeria, in periodi storici differenti, con tematiche differenti ma con ambientazioni simili (ricorrono Lagos e l’università di Nsukku, Enugu e Kano). Nell’Ibisco Viola c’è la religione come fondamento di vita, lo scontro tra generazioni e tra classi, tra un mondo povero ma felice e un’agiatezza sconvolta dal fondamentalismo.

In Metà di un solo giallo c’è tutta la storia gloriosa e poi tragica della Repubblica del Biafra (raccontata insieme alla storia della Nigeria, a quella di due sorelle e a una storia d’amore intensa e passionale). Come dicevo sopra da questo libro è stato tratto anche un film, con la supervisione dell’autrice (carino, ma niente a che vedere con l’intensità del libro!).

In Americanah c’è il dramma dell’emigrazione dall’Africa, dell’identità persa e ritrovata, del riappropiarsi della propria cultura, dell’inseguire i propri sogni aldilà dei confini, delle Green Card e delle barriere inventate.

In mezzo ci sono un sacco di cose che è stato piacevole imparare e scoprire: gli igbo e gli yoruba, l’ignami e il riso Jollof e i chin chin (se siete interessati qui c’è un articolo che racconta un po’ di cucina nigeriana), Fela Kuti e e la  musica highlife.

La meravigliosa ma stressante avventura dei capelli afro, del simbolismo e della riappropriazione della propria identità anche attraverso i capelli (qualcosa sull’argomento lo trovate su questo articolo del Guardian). Confesso la mia ignoranza sull’argomento e la curiosità che mi ha suscitato, tanto che ho passato un bel po’ di tempo a cercare di capire le differenze tra i vari cornrow!

Se volete sentire l’autrice parlare trovate un video qui sotto di Chimamanda Ngozi Adichie che parla con David Remnick al The New Yorker Festival a proposito di Americanah e del razzismo

 

 

E invece a questo link si trova una recente intervista pubblicata sul New York Times. Buona lettura!

 

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