Categoria: Storie

Liste di libri, ferrovie e infografiche

La Ferrovia Sotterranea

Quando la lista dei libri da leggere all’improvviso si esaurisce incomincio a consultare compulsivamente tutte le mie fonti affidabili: di solito comincio da Anobii (anche se non è più quello di una volta) spulciando cosa hanno in libreria i miei utenti preferiti, poi passo alla rubrica Libri di Internazionale, poi è il turno della classifica di Fahrenheit di Radio Tre e le presentazioni del Festival di Mantova. Di solito le convergenze mi aiutano nella scelta, e questo anno le convergenze erano molte soprattutto su quattro titoli: Patria di Aramburu, che ho già parzialmente raccontato; Exit West di Mohsin Hamid, un libro perfetto sul periodo che stiamo vivendo, sulle migrazioni, sull’amore e sulla fortuna di nascere nel posto giusto (o di aprire la porta giusta); Lincoln nel Bardo, di George Saunders, il titolo più difficile per storia e per ambientazione ma ugualmente godibile, e infine La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead.

La ferrovia sotterranea racconta la storia del viaggio di Cora Randall nell’america schiavista di metà Ottocento, una donna afroamericana che cerca faticosamente di sopravvivere alla schiavitù e di trovare una via di fuga. La trova nella ferrovia sotterranea, che la conduce in un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, e attraverso diversi livelli di schiavitù e di libertà, di solidarietà e odio, di suprematismo e intolleranza. Nella realtà la “Underground Railroad”, la ferrovia sotterranea, non era una ferrovia sotterranea vera e propria, ma una specie di società segreta, una rete di persone che cercava di liberare gli schiavi dalla schiavitù; Whitehead ha trasformato questa rete in un tunnel che attraversa gli Stati Uniti e che raccoglie su carrelli o locomotive sgangherate gli schiavi che riescono a sfuggire ai loro padroni.

Ho iniziato a leggere percorrendo la ferrovia e gli anni di corsa, mangiando le pagine e i chilometri insieme a Cora fino ad arrivare alla fine, e poi li ho ripercorsi piano, rileggendo tutto come la prima volta, studiando le mappe e le storie raccontate nelle varie stazioni, storie crude e purtroppo sempre vere. E a farmi compagnia c’è stato un poster meraviglioso, recuperato allo stand di Edizioni Sur a Più libri Più liberi, elaborato da The Catcher il magazine online della scuola Holden, che finalmente mi ha dato qualcosa da immortalare oltre al mio comodissimo ma inimmortalabile Kobo.

Una gita lungo la pista ciclabile Paliano Fiuggi

pista ciclabile paliano fiuggi

Ora che il maltempo sembra finalmente averci dato una tregua è il momento di ripartire a piedi e in bici per le nostre gite fuori Roma.

Uno dei più bei percorsi fatti questo inverno è la pista ciclabile Paliano Fiuggi, un percorso di circa 23 chilometri che segue il tracciato della vecchia ferrovia Roma Fiuggi Frosinone nel tratto dismesso da Paliano a Fiuggi.

Il percorso è molto pittoresco, utilizza infatti un tratto della ferrovia Roma-Frosinone, costruita a partire dal 1912 e man mano abbandonata (per intenderci il tratto romano è quello del trenino Roma-Pantano, sul quale è stato tracciato anche il percorso della Metro C), e passa per i paesini e le stazioni di Serrone, Piglio, Acuto per arrivare poi a Fiuggi.

Noi l’abbiamo fatto in giornata, tornando al punto di partenza (la stazione dismessa di Paliano, che è stata trasformata nel bar  7000 caffè, presso la quale è possibile lasciare parcheggiate anche le macchine), per un totale di circa 47 km a/r. Nel Lazio non sono molti i percorsi ciclabili dedicati totalmente al cicloturista, senza pericoli e senza macchine in agguato, e questo è una piacevole sorpresa, sia per la qualità della pista (con qualche pericolo nel manto ma decisamente sicura), sia per la bellezza del paesaggio. L’arrivo nel periodo invernale a Fiuggi invece riserva ben poche sorprese: la cittadina è deserta e anche negli orari di pranzo è difficile trovare qualche posto di ristoro invitante aperto.

Questo nella foto è uno dei pericoli del manto: all’incrocio della pista con le strade provinciali erano stati piazzati dei paletti per evitare l’ingresso di mezzi a motore nella ciclabile. I paletti ora sono stati rimossi ma in maniera piuttorsto approssimativa, e quello che rimane sono queste borchie di ferro pericolose soprattutto quando scendendo da Fiuggi verso Paliano si acquista una certa velocità. Alcune delle borchie sono anche taglienti, il consiglio è quindi quello di prestare attenzione a ogni incrocio, non alle macchine ma al terreno.

Nei paesi baschi in bicicletta sulle tracce di Aramburu

paesi baschi in bicicletta

Immergersi nella Patria di Aramburu vuol dire fare un viaggio nei Paesi Baschi spaccati dall’Eta, attraversare con le parole 40 anni di storia e sedersi in un bar sul Paseo de Miraconcha a Donostia a mangiare churros.
Ma vuol dire anche esplorare in bici dietro al Txato la Navarra, seguendo il corso del fiume Oria e arrivando al confine con la Francia.

Nel 2015, senza sapere niente di Patria e di Aramburu, abbiamo attraversato i Paesi Baschi in bicicletta, partendo da Morcenx (nelle lande francesi, già meta di altri giri in bici) e arrivando a San Sebastian, tornando indietro per la sperduta Navarra. Read More

Imparare a suonare la tromba a 40 anni

imparare a suonare la tromba

Ci sono cose per cui l’età sembra un ostacolo bloccante, ma forse solo nella nostra testa. E così ogni tanto ci arrendiamo dal coltivare la nostra passione perché ci sentiamo troppo ‘datati’:

  • sono troppo grande per imparare a giocare a pallavolo,
  • sono troppo vecchio per prendere la patente,
  • sono troppo vecchio per imparare a sciare, etc. etc.

E invece no, anche a 40 anni si può imparare a fare qualcosa, con tempi e modi diversi da quelli dei bambini o dei ragazzi, ma con la costanza di chi ha passione.

E quindi anche io, dopo anni di meditazione, mi sono messa a studiare per imparare a suonare la tromba, anche se, almeno secondo la mia esperienza, è uno degli strumenti più difficili e più ostici da imparare, soprattutto per un motivo: tutti ti scoraggiano a imparare da solo. Questo perché la posizione corretta per suonare la tromba non è molto naturale e da soli si prendono vizi che è poi difficile sradicare. E quindi dopo sputacchiamenti e pernacchie varie, alla ricerca del video perfetto per imparare da soli… è partita la ricerca del maestro perfetto.

La tromba è arrivata in regalo al 37esimo anno d’età, è una Yamaha da studio, di buona fattura, adatta ai principianti (in realtà esistono anche trombe più economiche, come questa Alysee, ma anche il suono è abbastanza economico…), ma da lì a trovare l’incastro magico di un maestro in zona, accessibile agli orari comodi e non troppo costoso, ci sono voluti circa 8 mesi. Ovviamente alla mission impossible si è unito anche il marito e quindi a marzo 2016 abbiamo finalmente iniziato le nostre lezioni di tromba, un’ora una volta a settimana, in due.

Ora, a due anni di distanza, posso vedere, anzi ascoltare i primi risultati. La tromba è uno strumento ostico, che prima di emettere un suono quasi decente ti fa soffiare e scoraggiare e abbandonare l’impresa, e certo gli impegni quotidiani che non permettono un esercizio quotidiano dilatano i tempi all’infinito. Oltrettutto le basi di solfeggio imparate tramite il tremendo metodo Bona alla giovine età di 15 anni, quando studiavo la chitarra, sembrano dissolte nel vuoto, e quindi oltre a impare la tecnica della tromba ho anche dovuto reimparare da zero a solfeggiare.

I risultati sono ancora oggi un po’ altalenanti ma è bello sapere di riuscire a emettere qualche suono, di riprodurre anche qualche semplice melodia ascoltata qua e là, nonostante il poco tempo dedicato allo studio dello strumento.

Il consiglio per chi vuole imparare a suonare la tromba è quindi di affidarsi a una scuola di musica o a un insegnante di zona: in tutta Italia ci sono tantissime bande e tutti i maestri accolgono nuovi allievi, anche se non interessati a suonare nella banda locale, come noi.

 

 

Avete visto la scritta Pasqualone (Necci)? chi è/era costui?

scritta pasqualone necci

C’è un mistero che mi attanaglia da anni, un mistero legato al nome Pasqualone (Necci). Se abitate nella campagna romana sarà capitato anche a voi di trovare declinata in vari modi, la scritta ‘Viva Pasqualone’ abbinato o meno al cognome Necci; noi ce l’abbiamo sulla provinciale che ci porta a casa, la leggiamo tutti i giorni e periodicamente torniamo a fare delle ipotesi sul personaggio della scritta. Sì perchè su varie opere pubbliche in zona (viadotti, guard rail, muri vari) appaiono le scritte inneggianti a Pasqualone.Read More

La funivia di Monte Gennaro, e quello che ne rimane

Negli anni sessanta i Monti Lucretili erano più famosi di oggi, anche se il loro nome forse era conosciuto a pochi. Da Roma si veniva in zona a fare la ‘villeggiatura’, a prendere il fresco all’Hotel Millepini di San Polo dei Cavalieri, a passeggiare al Pratone arrivando con la funivia di Monte Gennaro. Sì, perché fino agli anni 80′ da Palombara Sabina si poteva arrivare in cabinovia fino quasi alla cima di monte Zappi, e fermarsi a mangiare o dormire nell’hotel ristorante ora abbandonato. Read More

Un mese con Chimamanda

A  volte la lettura ci trascina in luoghi lontani, dove neanche si pensava di andare. In questo mese di Ottobre è successo così e sono stata per un mese in Nigeria con Chimamanda Ngozi Adichie, che ormai in casa chiamo comunemente per nome (con la c dolce di ciliegia, mi raccomando!)

Ho iniziato a leggere Chimamanda prima dell’estate con il libretto We Should All Be Feminists, tratto dall’omonima Ted Conference (che ha anche ispirato le costosissime magliette di Dior indossate da molte donne famose alla Women’s March del 2017) e ho continuato poi con Cara Ijeawele.

Belli entrambi, d’ispirazione ma poi la curiosità è cresciuta, le domanda sull’identità di Chimamanda anche e allora mi sono immersa nella sua intera produzione. Read More

Un Bosco Temporaneo all’Ex Dogana

Bosco Temporaneo Ex Dogana San Lorenzo - Roma

Ci sono spazi a Roma bellissimi, nascosti e velati dalla polvere che avvolge l’archeologia industriale della città. Ogni tanto però qualcosa ritrova luce e vitalità, come l’ex mattatoio a Testaccio che oggi ospita il Macro e altre decine di eventi culturali, e come in tempi più recenti l’ExDogana a San Lorenzo.

La struttura della dogana, progettata da Angiolo Mazzoni (lo stesso della stazione Termini e della gigantesca cappa in marmo del Mercato Centrale), è stata un importante nodo di scambio delle merci, con una triste parentesi come luogo di partenza dei treni per il campo di concentramento di Auschwitz, e come obiettivo dei bombardamenti del 1943 che distrussero parte dei binari, dei magazzini e degli uffici della struttura. Nel tempo alcune della funzionalità sono state conservate, e fino al 2010 la struttura ha ospitato gli uffici doganali di Roma, anno in cui sono strati trasferiti nella dogana restaurata di via del Commercio. Read More

Diari della bicicletta

Ovvero da dove abbiamo iniziato con le nostre vacanze in bici.

Parliamo di vacanza perché per quanto riguarda il capitolo ‘ciclismo urbano quotidiano’ da queste parti siamo un po’ frustrati (d’altronde il territorio fuori dal GRA della città metropolitana non aiuta: no piste ciclabili, no parcheggi di scambio, saliscendi infiniti, piloti che se ne fregano dei ciclisti e anche di tutte le regole della decenza al volante). L’estate allora è il momento in cui ci consoliamo esplorando l’Europa in bici e in cui aggiungiamo nuovi capitoli ai nostri diari della bicicletta.

La voglia ci è venuta dopo un anno di vacanze in moto; la dimensione due ruote motorizzate è affascinante ma manca di tutti gli aspetti di spensieratezza che solo la bici può darti. Con la testa dentro a un casco e il rumore del motore ti perdi il vento sulla faccia e i suoni della natura, ti perdi il chiacchierare sui massimi sistemi ascoltando le cicale, l’annusare l’aria e sentire avvicinarsi l’odore della pioggia, l’ascoltare i dialetti che cambiano e i rumori della vita quotidiana che escono dalle finestre, ma soprattutto perdi la dimensione più umana e più lenta del guadagnarsi la meta pedalata dopo pedalata, fermandosi a guardare il cielo e gli animali che ti attraversano la strada.

Sarà una deformazione da anni e anni di campi scout (miei) e di tour su mezzi di trasporti lentissimi (del marito), ma ormai i nostri viaggi sono organizzati solo in base all’utilizzo costante della bicicletta.

Il primo e più avventato viaggio a pedali è stato nel 2011, un’avventura improvvisata e faticosa ma bellissima: treno fino a Bruxelles (con cambio a Parigi) e poi in bici fino a Londra, in un agosto caldissimo, con due bici pieghevoli Decathlon, nessuna prenotazione, uno zaino legato provvisoriamente sul portapacchi e un matrimonio da finire di organizzare. Il viaggio è stato lungo e anche costellato di piccole difficoltà che solo dei ciclisti sprovveduti possono avere (bici nuove e sconosciute, montapacchi montati male, nessun copertone di scorta, bucare proprio nel giorno di chiusura del negozio di bici, non calcolare i tempi per trovare un posto per dormire libero nel Kent ad Agosto, affrontare i ciclisti aggressivi londinesi dopo aver passeggiato in tranquillità nella splendida campagna inglese) ma è stato anche meraviglioso, annaffiato da birre e piogge improvvise, in grado di smaltire tutti i pensieri e le preoccupazioni di due giovinotti che si apprestano al matrimonio. Eccoci qua, soddisfatti e ‘mbriachi.

diari della bicicletta

Da quel viaggio in poi tutte le nostre vacanze estive sono state in bici:  ci sono state le Lande, poi l’Olanda, poi la Drava, poi ancora le Lande e i Paesi Baschi, poi il Portogallo e nel 2017 la ciclabile del Danubio. E ci sono stati i weekend alla scoperta dell’Italia in bici, dalla Sardegna al Friuli, dall’Emilia alla Puglia, stiamo cercando di pedalare per tutto lo stivale!

(il titolo del  post è copiato paro paro dal libriccino di David Byrne, che occupa sempre un posto d’onore nel nostro cuore)

Quella volta che mi chiamavo Artura

movimento artura

Per un po’ di mesi in questo 2017 mi sono chiamata Artura. Non è un nome particolarmente bello ma ha un significato particolare perché Artura è nata appena dopo il famigerato Movimento Arturo. Per chi in questa primavera si è perso qualche pezzo di cultura pop sinistroide, il Movimento Arturo, creato della redazione di Gazebo, è un movimento politico satirico che si è autoalimentato e autodefinito da sè.

Nato per sfidare su web e social i piccoli partiti spuntati qua e là, ha attratto in meno di 3 mesi più di 50.000 follower su Twitter, generato centinaia di meme e fornito anche materiali di riflessione a un pezzo della politica che ha visto nei fan di Arturo un popolo di (politicamente) scontenti in fermento.

In questo flusso di coscienza collettivo, da cui sono nati migliaia di circoli virtuali e tematici, ho provato a far entrare in gioco anche la voce delle Arture, cioè una voce declinata al femminile, Movimento Artura, per provare a far emergere nel panorama politico arturiano temi cari a noi donne.

Gli articoli a nome Artura sono stati pubblicati anche sul periodico autoprodotto e autoinventato L’Arturità (potete leggerli in pdf lì, o ripubblicati su questo blog) che con enorme sforzo collettivo dal basso ha provato a tradurre in un prodotto intelligente e fruibile tutte le idee che Movimento Arturo ha generato.

Al momento il Movimento Arturo è in stand-by: il team di Gazebo è passato da Rai3 a La7, sicuramente ci sarà un nuovo programma, con lo stesso team e un nuovo nome ma non è ancora chiaro se ci sarà spazio per Arturo, Artura, tutti i circoli e i loro seguaci.